Da giornalista a inserzionista è un attimo

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“Non confondere mai la professione di giornalista con quella di inserzionista o propagandista…”
Art.9 della Carta di Monaco Etico (o Dichiarazione dei doveri e dei diritti dei giornalisti) il riferimento europeo per l’etica del giornalismo.
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Con queste righe commentavo stamane la prima pagina della Gazzetta dello Sport che, come consuetudine, sbilanciava enormemente a favore in questo caso dell’Inter (ma vale anche per Milan e Juventus) gli spazi in prima pagina.

Non è la prima volta, per nulla. La cosa però trova piena giustificazione, per alcuni, nel fatto che in fondo si tratta di un giornale di Milano, che non “conviene a loro economicamente”, che “facciamo le vittime” (detto da partenopei) e via dicendo.

Provo ad articolare meglio il mio pensiero: esistono quotidiani nazionali, pluriregionali e provinciali. L’elemento che tecnicamente li differenzia è la diffusione sul territorio; spesso però questa definizione cammina di pari passo con il tipo di informazione offerta.

La prima pagina di un quotidiano nazionale generalista, tranne che in casi rari, non offrirà notizie di interesse locale, destinate per l’appunto alle edizioni locali relative se il quotidiano le ha (come per Corriere e Repubblica ad esempio). E anche i temi avranno una loro classificazione naturale (politica estera, politica interna, ecc.).
I pochi quotidiani che sfuggono a queste tacite regole e aprono con titoli sensazionalistici, di “pancia” ma non di rilevanza (vedi “Libero” ad esempio) non vengono rilevati come giornali “seri”.

Se sfogliamo ad esempio Repubblica (ed. nazionale) di oggi lo sport è a pagina 34, e alla champions dedicano due pagine: una all’Inter ed una al Napoli. Il Corriere della Sera sbilancia più sulle milanesi ma dedica discreto spazio al Napoli. Nelle loro edizioni locali offrono invece focus più approfonditi sulla squadra di riferimento.

La Gazzetta dello Sport è il quotidiano sportivo più antico d’Europa (126 anni), il primo del paese per diffusione tra gli sportivi e il sesto attualmente tra tutti, generalisti e non.
Ha un’unica edizione nazionale, a differenza del Corriere dello Sport, ad esempio, e ha una storia di assoluto prestigio. Organizza il giro d’Italia, il Campionato italiano di beach volley e tanti altri eventi di respiro nazionale.

Non ha nessuna caratteristica di un giornale di “area”, come dichiaratamente può esserlo Tuttosport ad esempio, che pure ha una diffusione nazionale per la geolocalizzazione dei tifosi della Juve ben sparsi nel paese ma che ha la sua diffusione concentrata nel Nord-Ovest e tratta prevalentemente delle due squadre cittadine (Juventus e Torino) e che oggi, nello spazio dedicato alle “altre” , riserva la stessa rilevanza a Inter e Napoli.

Di recente, per bocca del suo Direttore Stefano Barigelli, la Gazzetta ha candidamente ammesso di rivolgersi ai tifosi di Juventus, Inter e Milan. 
Da Milano a Torino, quindi? No, nessun riferimento geografico, ma una scelta marketing, visto che le tre squadre insieme rappresentano oltre 2/3 dei tifosi in Italia. E aggiunge: “noi sappiamo cosa vogliono i nostri lettori”.
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid038L52be2JjShjHWcrApKvKxFHXSxhbVn3XeqHwx5L9rEmgL7tNQjeFtBReHLqHYFXl&id=100044391070773&sfnsn=mo

Una frase che dovrebbe imbarazzare e spiego perchè.

Che l’interesse del pubblico condizioni le “misure” dell’informazione, gli spazi dedicati, è una cosa comprensibile. Per un giornale sportivo, in sostanza, si può capire che si dedichi più spazio a uno sport piuttosto che a un altro se seguito maggiormente. Ed anche ad una squadra piuttosto che a un’altra, in taluni casi. Ma questa cosa non deve, non dovrebbe, cozzare con il dovere di offrire un’informazione equilibrata ed equa.
Se racconto la serie A, in sostanza, in quello spazio devono (dovrebbero) finirci le notizie, per rilevanza.
I tifosi di un club, un tempo, potevano sognare, oltre che di vincere, anche di “conquistare” spazio mediatico.
In un sistema di informazione sano sono le notizie a conquistare le pagine dei giornali, non i giornali a decidere e “sproporzionare” le notizie. Lo si può comprendere entro certi limiti, come detto prima, ma mai a discapito di una corretta informazione.

E non potrà mai un like di Zaniolo a un post di Vlahovic surclassare una vittoria del Napoli sulla Lazio che la proiettava in cima alla classifica, come accaduto qualche mese fa.
O meglio, se succede, non è più giornalismo.
Perché se passa amabilmente questo concetto (“noi sappiamo cosa vogliono i nostri lettori”) ci devono sempre spiegare, come chiesi a suo tempo, perché il furto della Panda di Spalletti conquistò la prima pagina della Rosa e la casa svaligiata a Dybala la settimana dopo scomparve dai radar.
Sempre per il principio che quello vogliono i loro lettori? E come ci si regola di fronte a notizie “sgradite”? Di fronte a questioni morali? Con lo stesso principio?

Ed è lo stesso principio che non fa scrivere una riga sui cori discriminatori che da decenni vengono rivolti al Napoli? Sulle mancate prese di posizione per arginare il fenomeno, per stigmatizzarlo?
E’ così che questa estate tal Claudio De Carli sulle colonne de “Il Giornale” si inventò un Koulibaly accolto a Napoli al grido di “scimmia”; e quando il nostro ex difensore replicò sui social che Napoli era una città antirazzista la sua esternazione fu riportata dai maggiori siti e quotidiani ma non collegata all’articolo in questione?

Io lo so che storicamente la Gazzetta ha un occhio maggiore al Nord come il Corriere dello Sport al Centro-Sud ma questo poco o nulla c’entra con la questione, che, fidatevi, è molto più ampia e importante.
E so anche che il paese vive una sproporzione immane in termini di “voce” mediatica tra nord e sud (invito leggere questo mio report su dove ha sede l’informazione italica https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid0SGdGu6wH6ou6dinS5Erd5EUC5Q5SbJP29aNeDR842Wc5bUrS6tMVr5daqAwc5Spal&id=863853350428372&sfnsn=mo).

E perciò se legittimiamo questo principio (parlare di ciò che è gradito ai propri utenti, selezionando le notizie non per rilevanza ma per “gradimento”) non dobbiamo e possiamo meravigliarci se lo stesso si espande ai contenitori televisivi, ai telegiornali, a tutto il mondo dell’informazione che qualcuno vuole “autorizzata” a dire quello che tira di più.

I pesi e le misure che diamo alle notizie, se non opportunamente calibrati, deformano le notizie stesse. E non mi basta, come suggeriscono alcuni, non comprare quel giornale o cambiare canale su quella trasmissione. Io reclamo il diritto ad un’informazione onesta ed equilibrata.
Se qualcuno non è in grado di proporla non sono io a dover smettere di leggere o ascoltare, ma lui a smettere di scrivere o parlare. Perché ha sbagliato mestiere.

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