“Niente favoritismi”. E quando si comincia?

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Il Decreto Crescita passa al Senato e diventa legge. Passa con una serie di modifiche però.
L’agevolazione fiscale per chi assume lavoratori dall’estero assenti per almeno 2 anni dal territorio italiano era più forte per alcune regioni del Sud, Campania compresa.

In materia calcistica si è deciso di ridurre lo “sconto” e soprattutto di abolire il regime di favore per le regioni del Sud.
Nel calcio, avrebbe comportato un vantaggio per Napoli e Lecce (restando alla Serie A) ritenuto da taluni ingiusto.
Regole uguali per tutti. “Niente favoritismi”, hanno detto.
Ed è giusto così, perché tutti devono avere le stesse opportunità; bisogna giocare ad armi pari.

Ma ricordarci la storia del calcio italiano non è comunque male.

Perché non è un caso che il calcio nasce come un affare del Nord, una cosa tra Piemonte, Liguria e Lombardia. Poi il campionato veneto, che già esisteva, fu inglobato nel loro campionato.
Per chiamarlo campionato “nazionale” e non della pianura padana si ricordarono del Sud, e istituirono 2 Leghe, la Nord e quella Sud.
Le squadre si affrontavano nei relativi gironi per poi sfidarsi alla fine, ma la disparità tecnica era imbarazzante. Le finali terminavano a “pallonate”.
Allora venne il tempo del girone unico, per volontà dei fascisti con la carta di Viareggio. Era il 1926.
Il primo campionato, vista la differenza tecnica imponente, fu composto da 17 squadre del Nord e 3 del Sud (di queste 3, due erano di Roma).
Cioè tutte le squadre del Nord allora esistenti nell’omonima Lega (16), più la diciassettesima presa tra le retrocesse della lega Nord.
Le tre restanti erano le finaliste della Lega Sud, ovvero l’Internaples (dalle cui ceneri nacque il Napoli), e l’Alba, società romana. Infine fu annessa d’ufficio la Fortitudo, sempre romana, per dare adeguata importanza alla capitale.

Tante squadre si fusero tra loro (all’epoca vi erano molte squadre per città) per tentare di competere con i giganti del Nord, e per volontà fascista non dovevano esserci nomi stranieri.
Ma l’Internaples già aveva provveduto 4 anni prima a fondere le due compagini esistenti (il Naples Foot-Ball Club e l’Unione Sportiva Internazionale Napoli). Si trattava solo di ricambiare il nome, e fu fatto in Associazione Calcio Napoli dall’allora Presidente Giorgio Ascarelli.

A Sud di Roma solo il Napoli, praticamente. Per il primo campionato “nazionale”.

Si vabbè, ma sono passati 100 anni, opporrà qualcuno.

E infatti non è cambiato nulla lo stesso. 115 campionati in tutto, tra quelli prima e dopo la Carta di Viareggio, e a Sud di Roma solo 2 scudetti al Napoli ed 1 al Cagliari.
3 su 115.
L’anno scorso la Serie A si fermava a Napoli, più a Sud nessuna.
Quest’anno il Lecce a far compagnia ai partenopei. 14 squadre del Nord, 4 del Centro, e 2 del Sud, o 3 se Cagliari la consideriamo Sud e non Centro.

Un po’ come successo con la Germania tra quella Ovest e quella Est, che quando cadde il muro vide solo 2 squadre dell’Est approdare in Bundesliga e pochissime negli anni a seguire (quest’anno ci militerà per la prima volta l’Union Berlino).
Solo che lì si trattava di due Stati separati che si riunivano. Qui si parla di una sola nazione, almeno sulla carta, unificatasi oltre 150 anni fa.

Non si tratta di “piagnisteo”, davvero. La regola unica è sicuramente giusta, almeno nel calcio.
Come dicono? “ niente favoritismi”.
Ma, per il bene del calcio e del paese, serve non voltare la testa dall’altra parte e rendersi conto che il calcio è lo specchio della società italiana, e che il divario tra i club del Nord e quelli del Sud è lo stesso che esiste in tutti gli altri campi.
E’ uno dei tanti riflessi della questione meridionale mai risolta e che si tende a dimenticare.
Si cerca di far dimenticare.
Il Giro d’Italia diventa il giro del Nord, la Serie A la Serie del Nord, le Universiadi vanno a Napoli e la stampa nazionale non se ne accorge mentre titola a piene pagine l’assegnazione delle olimpiadi invernali del 2026 a Milano e intanto si lavora per l’autonomia delle regioni del Nord per aumentare anziché ridurre il divario tra regioni.

Il calcio non sarà, non è, cosa seria, per carità. Ma dentro ci trovi il riflesso di tutto quel che di serio c’è da capire del nostro paese.
La discriminazione territoriale, il potere politico ed economico, la storia dei successi e delle sconfitte. C’è dentro tutto.

Ed è in questo quadro che va analizzata l’empatia, la passione e il colore del tifo partenopeo (e quello del Sud in generale) che cerca nella maniera più semplice, con il calcio, di affermare la sua storia, il suo passato, la sua identità. E che vede, nel calcio come in tutto, un “muro” come quello tedesco, virtuale ma solido, che ci separa in termini di opportunità, di risorse e di potere dal Nord.

Il tifo napoletano è un urlo di gioia, che afferma la sua identità e rivendica con orgoglio la sua storia. E’ un urlo di dolore, consapevole delle difficoltà con le quali convive. E’ un urlo contro proprio i “favoritismi”, che qualcuno ha denunciato.
E’ un urlo, ed in qualunque caso non ha il suono dei triccaballacche e dei putipù.

Quello è solo il risultato di una semplicistica narrazione che ingrassa l’ego di chi si sente migliore per luogo di nascita e allontana ogni possibilità di comprendere e analizzare i problemi scoprendone le origini. E’ un pregiudizio, malsano.

Ed è quello che tutti i giorni leggiamo sui giornali, guardiamo in tv e sentiamo in politica.
Ed anche nello sport.

Pertanto sta bene che non ci siano favoritismi nel calcio; è un principio straordinario.
Regole ed opportunità uguali per tutti. Nessun “potere” politico, nessun magheggio.
Nessun favoritismo.
Allora, quando si comincia?

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